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Cultura

Cannes premia il fiordo col megafono

La Palma d’Oro 2026 va a Fjord di Cristian Mungiu, mentre Cannes trasforma il red carpet in una lavagna su guerre, fondamentalismi e diritti. Glamour, sì, ma con l’ansia geopolitica inclusa.

Il Festival di Cannes 2026 ha scelto di non chiudere con il solito bagno di glitter anestetico. La Palma d’Oro è andata a Fjord di Cristian Mungiu, film su una famiglia rumeno-norvegese iper-religiosa che finisce sotto lo sguardo sospettoso della comunità dopo la scoperta di lividi sul figlio. Tradotto: niente favoletta da red carpet, più una terapia di gruppo europea con smoking e flash.

Secondo ANSA e Open, Mungiu torna così a vincere il premio più pesante della Croisette quasi vent’anni dopo 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Nel discorso ha parlato di società frammentate, radicalizzate e della necessità di tolleranza, inclusione, empatia. Tre parole bellissime, certo, che nel mondo reale spesso vengono trattate come optional da configuratore auto.

Conferenza stampa al Festival di Cannes per Fjord
Sebastian Stan alla conferenza stampa di Fjord: il cinema d’autore mentre cerca di sembrare meno ansioso del mondo che racconta. Fonte immagine: Open / EPA.

Il Grand Prix è andato a Minotaur di Andrey Zvyagintsev, regista russo dissidente. Qui la serata ha smesso del tutto di fingere neutralità: Zvyagintsev ha usato il palco per rivolgersi direttamente a Vladimir Putin e chiedere la fine dei massacri. Cannes, insomma, ha fatto quella cosa molto fastidiosa per chi vorrebbe il cinema solo come arredamento culturale: ha ricordato che anche una statuetta può diventare un megafono.

Il palmarès ha poi distribuito altri segnali chiarissimi. Premio della regia ex aequo a La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi e a Fatherland di Paweł Pawlikowski; Premio della giuria a The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach; sceneggiatura a Emmanuel Marre per Notre salut. Open segnala anche le doppie interpretazioni: Virginie Efira e Tao Okamoto premiate per All of a Sudden, Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward. In pratica: meno star-system gonfiabile, più film che arrivano con un problema politico sotto il braccio.

Momento della premiazione del Festival di Cannes 2026
Il palco di Cannes durante la premiazione: sorrisi, statuette e quella leggera sensazione che il mondo fuori stia bussando alla porta. Fonte immagine: AP News.

La lettura più interessante non è “chi ha vinto”, ma che tipo di cinema è stato premiato. Famiglie sotto accusa, dissidenza russa, guerra, diritti LGBTQ+, Vichy, identità, potere, piccoli tiranni. La Croisette quest’anno sembra aver detto: ok il glamour, ma solo se sotto il tappeto rosso si vede ancora la polvere della storia.

E sì, fa un po’ ridere immaginare l’industria del cinema che parla di empatia e radicalizzazione mentre tutti misurano al millimetro abiti, applausi e accordi di distribuzione. Però è anche il motivo per cui Cannes resta Cannes: una macchina vanitosa, costosissima, spesso insopportabile, che ogni tanto riesce ancora a far passare una frase vera tra una standing ovation e un photocall.


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