Il Festival di Cannes 2026 ha scelto di non chiudere con il solito bagno di glitter anestetico. La Palma d’Oro è andata a Fjord di Cristian Mungiu, film su una famiglia rumeno-norvegese iper-religiosa che finisce sotto lo sguardo sospettoso della comunità dopo la scoperta di lividi sul figlio. Tradotto: niente favoletta da red carpet, più una terapia di gruppo europea con smoking e flash.
Secondo ANSA e Open, Mungiu torna così a vincere il premio più pesante della Croisette quasi vent’anni dopo 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Nel discorso ha parlato di società frammentate, radicalizzate e della necessità di tolleranza, inclusione, empatia. Tre parole bellissime, certo, che nel mondo reale spesso vengono trattate come optional da configuratore auto.

Il Grand Prix è andato a Minotaur di Andrey Zvyagintsev, regista russo dissidente. Qui la serata ha smesso del tutto di fingere neutralità: Zvyagintsev ha usato il palco per rivolgersi direttamente a Vladimir Putin e chiedere la fine dei massacri. Cannes, insomma, ha fatto quella cosa molto fastidiosa per chi vorrebbe il cinema solo come arredamento culturale: ha ricordato che anche una statuetta può diventare un megafono.
Il palmarès ha poi distribuito altri segnali chiarissimi. Premio della regia ex aequo a La bola negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi e a Fatherland di Paweł Pawlikowski; Premio della giuria a The Dreamed Adventure di Valeska Grisebach; sceneggiatura a Emmanuel Marre per Notre salut. Open segnala anche le doppie interpretazioni: Virginie Efira e Tao Okamoto premiate per All of a Sudden, Emmanuel Macchia e Valentin Campagne per Coward. In pratica: meno star-system gonfiabile, più film che arrivano con un problema politico sotto il braccio.

La lettura più interessante non è “chi ha vinto”, ma che tipo di cinema è stato premiato. Famiglie sotto accusa, dissidenza russa, guerra, diritti LGBTQ+, Vichy, identità, potere, piccoli tiranni. La Croisette quest’anno sembra aver detto: ok il glamour, ma solo se sotto il tappeto rosso si vede ancora la polvere della storia.
E sì, fa un po’ ridere immaginare l’industria del cinema che parla di empatia e radicalizzazione mentre tutti misurano al millimetro abiti, applausi e accordi di distribuzione. Però è anche il motivo per cui Cannes resta Cannes: una macchina vanitosa, costosissima, spesso insopportabile, che ogni tanto riesce ancora a far passare una frase vera tra una standing ovation e un photocall.
Fonti:

Commenti (0)
Moderazione umana, firma anonima accettata. Per favore, niente insulti né maiuscole compulsive.
Ancora nessun commento.