Diciamocelo: in Brasile la politica ormai funziona come una serie Netflix rinnovata per l'ennesima stagione. Stessi protagonisti, stessa trama, stesso cliffhanger. L'unica differenza è che il cattivo — o l'eroe, dipende da chi guarda — è stato sostituito dal figlio. Perché il padre, nel frattempo, è finito ai domiciliari.
Domenica 4 ottobre i brasiliani sono andati a votare per il presidente e il risultato ha fatto saltare sulla sedia mezzo continente: Flávio Bolsonaro, senatore di estrema destra e figlio maggiore di Jair, ha chiuso il primo turno al 47,03%, circa 56 milioni di voti. Il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva si è fermato al 45,16%. Nessuno ha superato il 50%, quindi si va al ballottaggio domenica 25 ottobre. Affluenza intorno al 79%, gli altri dieci candidati tutti sotto il 3%: comparse, letteralmente.

I sondaggi? Sbagliati. Di nuovo.
Il dettaglio più gustoso è che i sondaggi davano Lula avanti di circa tre punti al primo turno. È finita col segno opposto. A questo punto le società demoscopiche brasiliane potrebbero tranquillamente riconvertirsi in oroscopi, almeno lì nessuno si aspetta precisione.
Lula, 80 anni e a caccia del quarto mandato, l'ha presa con la filosofia del tifoso: «Lo ammetto, ero convinto di vincere al primo turno. Siamo ai supplementari. E ai supplementari vinceremo». Che detto da un brasiliano ha tutto un altro peso, va riconosciuto.
Non è detto che abbia torto, comunque. Secondo l'analista Rafael Favetti, sentito da Al Jazeera, il vantaggio di Flávio è in buona parte "anticipato": il suo bacino di voti sarebbe già quasi tutto spremuto, quindi il margine di crescita al secondo turno si riduce. Due punti sono recuperabili. Ma bisogna recuperarli, appunto.
Il papà ai domiciliari, l'avatar sul palco
Qui la storia smette di essere semplice politica e diventa sceneggiatura. Jair Bolsonaro, ex presidente, sta scontando una condanna a 27 anni per aver tentato di organizzare un colpo di stato dopo la sconfitta del 2022. Non poteva candidarsi. E quindi ha fatto la cosa più 2026 possibile: si è presentato ai comizi del figlio in video e sotto forma di avatar generati con l'intelligenza artificiale, come racconta Il Post. Il golpe fallito, ma il deepfake elettorale riuscito benissimo.
Flávio, 45 anni, ha giocato la partita con astuzia: una versione "leggermente più moderata" del padre su alcuni temi, ma con la stessa faccia (la somiglianza fisica è stata sfruttata senza vergogna) e lo stesso marchio di fabbrica. E una promessa che pesa come un macigno: se vince, concederà la grazia al padre. Tradotto: il Brasile rischia di eleggere un presidente il cui primo atto potrebbe essere liberare l'uomo condannato per aver provato a rovesciare la democrazia. Con quel che segue in termini di crisi costituzionale.

La famiglia al completo (manca solo il cane)
Se pensavate che il nepotismo fosse un'esclusiva italiana, il Brasile vi saluta. Oltre a Flávio, alle urne hanno incassato:
- Michelle Bolsonaro, moglie di Jair, eletta al Senato: da "timida moglie" del 2018 a leader carismatica dell'ala femminile del Partito Liberale;
- Carlos Bolsonaro, anche lui al Senato;
- Renan Jair, 28 anni, alla Camera.
Assente giustificato Eduardo, condannato a quattro anni e due mesi per aver cercato di influenzare il processo al padre, che nel frattempo vive negli Stati Uniti. Le riunioni di famiglia, a Natale, devono essere un'udienza preliminare.
E non è solo questione di cognome. Il Partito Liberale dei Bolsonaro è diventato la prima forza alla Camera e guadagna seggi al Senato. Come ha detto lo storico Andre Pagliarini ad Al Jazeera: «Milioni di brasiliani sentono che la destra rappresenta meglio i loro valori». Chiunque vinca il 25 ottobre, il Congresso pende già da una parte.
Perché dovrebbe fregarcene
Il Brasile non è un Paese esotico da cartolina: è la più grande democrazia dell'America Latina, un gigante agricolo ed energetico, e il polmone (in senso letterale) del pianeta con l'Amazzonia. Lula ha fatto campagna sull'opposizione ai dazi e alle ingerenze americane, Flávio è l'erede del trumpismo tropicale. Il 25 ottobre non si decide solo chi governa a Brasília, ma da che parte sta un pezzo enorme del mondo.
Lula ha un'economia andata bene ma in frenata, critiche su criminalità e debito, e 80 anni sul groppone. Flávio ha un padre condannato, zero esperienza di governo e un'onda che lo spinge. Tre settimane di "supplementari". Popcorn pronti — ma con una certa ansia.
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