Esiste un livello di esclusività che nessun resort a cinque stelle potrà mai eguagliare: essere l'unico posto al mondo dove un certo ospite indesiderato non è ancora riuscito a entrare. Per anni quel posto è stato l'Australia, l'ultima grande fortezza del pianeta rimasta libera dall'influenza aviaria ad alta patogenicità. Poi è arrivato un uccello morto su una spiaggia, e la festa è finita.
Il 20 giugno 2026 il laboratorio federale CSIRO ha confermato la presenza del ceppo H5N1 (clade 2.3.4.4b) in uno stercorario bruno trovato morente nel Parco Nazionale di Cape Le Grand, in Australia Occidentale, a circa 700 chilometri da Perth. Tradotto: il virus che dal 2020 ha falcidiato uccelli e mammiferi su ogni altro continente ha appena fatto l'en plein. Adesso è ovunque. Tutti i continenti, nessuno escluso. Antartide compresa.
La fortezza che si credeva imprendibile
L'Australia aveva due barriere che sembravano invalicabili: migliaia di chilometri di oceano e uno dei sistemi di biosicurezza più severi del mondo, costruito apposta per tenere fuori le malattie animali. Il problema è che il virus non passa dalla dogana. È arrivato sulle ali della fauna selvatica, non dalle rotte migratorie degli uccelli costieri del nord come molti si aspettavano, ma da sud: attraverso il movimento degli animali dell'Oceano Antartico.
I ricercatori lo avevano visto arrivare. Una spedizione scientifica guidata da Jane Younger, ecologa dell'Institute for Marine and Antarctic Studies dell'Università della Tasmania, aveva navigato per cinque giorni dalle Falkland fino alle coste della Georgia del Sud per monitorare la diffusione del virus tra foche e uccelli. Ad accoglierli, carcasse di foche da pelliccia che galleggiavano in acqua. Su Heard Island si stima siano già morti oltre 13.000 cuccioli. Younger e colleghi sono tornati a casa, in Australia. E il virus, evidentemente, li ha seguiti fin sulla soglia.
Perché stavolta è diverso
L'Australia aveva già conosciuto focolai di aviaria, ma questo ceppo è un'altra bestia. Il 2.3.4.4b infetta molte più specie e si diffonde più rapidamente, mammiferi inclusi: negli Stati Uniti ha devastato l'industria del pollame e quella casearia, con abbattimenti di massa e bovine da latte contagiate. La trasmissione passa dal contatto ravvicinato con animali infetti e dalle carcasse spazzinate.
Ecco perché a rischiare di più sono gli uccelli che vivono in grandi colonie — sule, sterne, albatri — e gli spazzini come i diavoli della Tasmania. La fauna australiana è famosa per essere unica al mondo e per non avere nessuna immunità verso questo virus: il che, in questo contesto, è esattamente il tipo di unicità che non vorresti.
E per noi umani?
Calma, niente apocalisse da film. Il rischio per le persone resta basso: dal 1997 si contano circa 500 morti in 25 Paesi, in larga parte tra chi lavora negli allevamenti avicoli. Giusto per dare le proporzioni, solo lo scorso anno in Australia l'influenza normale ha ucciso circa 1.700 persone. Il vero allarme è ecologico ed economico: la minaccia incombe sulla biodiversità più rara del pianeta e sull'industria avicola.
Le autorità chiedono una cosa semplice: se trovate uccelli o mammiferi marini morti o malati, non toccateli, tenete lontani i cani e segnalate. Perché la lezione di questi cinque anni è chiara: con l'H5N1 non esistono più fortezze. Esistono solo posti dove non è ancora arrivato. E quella lista, ufficialmente, si è appena svuotata.
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