Se pensavi che l'unico dramma australiano fosse la puntata della tua serie Netflix che bufferizza alle 23:47, ti sbagliavi di grosso. Dall'altra parte del mondo — dove i canguri fanno kickboxing e la natura ti uccide per sport — il governo di Anthony Albanese ha appena messo in ginocchio i giganti del tech con una mossa che in Europa stiamo ancora discutendo nei corridoi di Bruxelles mentre prendiamo il terzo caffè.
La proposta si chiama News Bargaining Incentive (NBI) ed è sostanzialmente un ultimatum vestito da legge: Meta, Google e TikTok devono chiudere accordi commerciali con le testate giornalistiche australiane, o si beccano una tassa del 2,25% sui ricavi locali. E non è uno scherzo. Il gettito stimato è tra i 200 e i 250 milioni di dollari australiani all'anno destinati direttamente al giornalismo.

Il meccanismo è intelligente e cattivo al punto giusto. Le piattaforme che firmano abbastanza accordi vedono l'aliquota scendere a un 1,5% effettivo. Quindi più trattano con i publisher, meno pagano allo Stato. È un po' come quando tua madre ti dice che se pulisci la stanza da solo, non ti toglie la paghetta. Solo che qui in gioco ci sono centinaia di milioni e il futuro delle redazioni.
Perché questa legge è diversa dalla precedente? Nel 2021 l'Australia aveva già provato con il News Media Bargaining Code, ma c'era una falla grossa come un canguro: le piattaforme potevano semplicemente eliminare le notizie dai loro servizi per non pagare. E Meta nel 2024 ha fatto esattamente questo, causando licenziamenti in massa nelle redazioni locali. La nuova legge chiude il varco: la tassa si paga comunque, che tu ospiti notizie o meno. Non c'è scappatoia.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Meta ha subito sparato a zero, definendo la normativa «nient'altro che una tassa sui servizi digitali» e sostenendo che i giornali pubblicano volontariamente sui social perché ci guadagnano. Google, che già ha accordi con oltre 90 testate locali, è stato più diplomatico ma altrettanto fermo: «Rifiutiamo la necessità di questa tassa». Il governo australiano, però, non sembra avere voglia di cedere. «Siamo una nazione sovrana» ha detto Albanese, «e il mio governo prenderà decisioni basate sull'interesse nazionale australiano.»
Il contesto globale è illuminante. Il Canada ha provato qualcosa di simile nel 2023 e Meta ha risposto cancellando le notizie per tutti gli utenti canadesi — un po' come quell'amico che quando perde a carte ribalta il tavolo. In Sudafrica, invece, hanno preferito la via diplomatica e hanno stretto accordi diretti per circa 40 milioni di dollari in cinque anni. L'UE ha regole ma l'applicazione è ancora un campo minato.
Quello che colpisce, però, non è solo la cifra. È il principio. Per la prima volta un paese sta dicendo apertamente che il valore del giornalismo non è un accessorio del feed algoritmico, ma un contenuto che ha un prezzo. E che se le piattaforme non vogliono pagare volontariamente, lo Stato glielo preleverà con la stessa eleganza con cui l'Agenzia delle Entrate italiana ti manda un avviso bonario alle 8:03 di lunedì mattina.
L'AI, per ora, è esplicitamente esclusa dalla normativa. L'Assistant Treasurer Daniel Mulino ha spiegato che «l'intelligenza artificiale viene esaminata attraverso altri forum politici». Tradotto: un problema alla volta, anche perché sennò Zuck e gli altri finiscono per trasferirsi su un'isola deserta e fondare una micronazione senza tasse.
La consultazione pubblica chiude a maggio. Se la legge passa — e tutto lascia pensare che passerà — le piattaforme avranno tempo fino a luglio per mettersi in regola. Nel frattempo, dall'altra parte del Pacifico, l'amministrazione Trump già sibila minacce di dazi. Perché se c'è una cosa che gli USA difendono con più passione delle loro armi, è il profitto delle loro aziende tech.
La domanda, però, resta una sola: se l'Australia ci riesce, perché noi no?
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