C'è questo momento preciso, alla cassa automatica, in cui capisci che il supermercato ti ha convinto a fare il lavoro di qualcun altro e pure a ringraziarlo per l'opportunità. Passi il codice a barre, lo passi di nuovo, lo giri, lo strofini sul vetro come se stessi cercando di accendere un fuoco. La macchina non riconosce l'articolo. L'articolo è una banana.
E poi la voce. Quella voce finta gentile che ti dice di posizionare il prodotto nell'area, e tu lo posizioni, e lei insiste che non l'hai posizionato, e arriva la commessa con la chiavetta magica a sbloccare la tua incompetenza per la terza volta in due minuti. Ti guarda. Tu guardi lei. Sapete entrambi che nessuno dei due voleva essere lì.
La cosa buffa è che ce l'avevano venduta come una comodità. Più veloce, salti la fila. E invece la fila la fai lo stesso, solo che adesso te la fai da solo, davanti a uno schermo, licenziando un cassiere una spesa alla volta. Il futuro è arrivato e ti ha assunto gratis.
Poi paghi, prendi lo scontrino lungo un metro, e la voce ti saluta gentile. Prego. Figurati. È stato un piacere lavorare per voi.

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